Renzi: «Meloni si è rinchiusa nel palazzo. Il centrosinistra riparta dai gazebo»
Intervista a Matteo Renzi per «La Stampa» del 11-04-2026
di Niccolò Carratelli
Matteo Renzi, leader di Italia Viva, oggi partono le vostre "primarie delle idee": a cosa servono?
«A cambiare l'Italia, non esagero. Giorgia Meloni ha fallito, ormai è chiaro. Ma anche chi è deluso da lei pone un problema: non mi fido più del centrodestra, ma non mi fido ancora del centrosinistra. Per vincere non basta ripetere che Meloni ha preso una tranvata al referendum ed è sfiduciata dai cittadini. Servono due cose: l'unità della coalizione e un programma credibile».
Da questo percorso usciranno le vostre proposte per il programma?
«Sì, per tutti. Meloni è quasi rassicurante nel suo non far nulla, ma all'Italia serve una scossa per non morire di irrilevanza. Per noi parlano i risultati: siamo quelli di Industria 4.0 e delle unioni civili, quelli della riforma del terzo settore o dell'euro in cultura per ogni euro in sicurezza. Abbiamo fatto la fatturazione elettronica e lo Spid, l'abolizione dell'Imu prima casa e le leggi per attirare capitali. Però ora è tempo di futuro».
Dica tre idee nuove, cioè tre misure che vorrebbe nel programma di governo.
«Uno, la start tax: va abbassata l'Irpef ai più giovani per evitare che vadano all'estero. Due, la sicurezza vista da sinistra: più forze dell'ordine in Italia, non in Albania. Su immigrazione e rimpatri Meloni ha fallito. Tre: nel tempo dell'intelligenza artificiale, serve un grande progetto su educazione, cultura, ricerca. Immagino l'Italia come l'hub del capitale umano, la patria di un nuovo umanesimo».
Il rischio, però, è che il necessario dibattito sui contenuti venga oscurato da quello sulla leadership della coalizione. Si può evitare?
«Non è facile, ma va fatto. È ovvio che serva un leader o una leader. Non possiamo affrontare la Meloni come i capponi di Renzo nei Promessi Sposi. La conta sul leader va preceduta da un dibattito serio sulle proposte».
Le primarie sono la prospettiva più probabile o, forse, inevitabile?
«Direi inevitabile. Aggiungo: sono anche la prospettiva più giusta. Non c'è un nome condiviso come nel 1995, quando D'Alema lanciò Prodi. E allora è doveroso coinvolgere la nostra gente. Bypassare le primarie per paura ci fa perdere. Credo nelle primarie con una cornice programmatica, l'impegno a sostenere chi vince, la partecipazione aperta ai gazebo e online. Al centrosinistra serve un bagno di popolo, da contrapporre alle alchimie di palazzo della premier. Meloni si presentava come la figlia del popolo ma oggi è rinchiusa nei salotti del potere. Usciamo fuori noi per primi».
Quindi lei esclude l'ipotesi di un "federatore"? Ha visto che la sindaca di Genova, Silvia Salis, si è detta disponibile a correre come candidata premier, se invocata da tutti i partiti del centrosinistra?
«Silvia è un'amica, una donna intelligente e una brava sindaca. La sua disponibilità è una buona notizia, ma la leadership politica si conquista sul campo, misurandosi con gli altri, non attraverso un'incoronazione. Fossi in lei, mi candiderei alle primarie. Se vince, si prende Palazzo Chigi. Se non vince, guida una lista riformista che a quel punto va oltre il 10% ed è decisiva per sconfiggere la destra. Spero che Salis cambi idea e vinca il pregiudizio anti primarie: i gazebo sono una festa di popolo, non una minaccia».
Se Salis non cambia idea, ha già in mente un altro nome da lanciare per rappresentare i riformisti?
«Nel caso, decideremo insieme. Chi rappresenterà i riformisti alle primarie dovrà trainare una lista che io auspico unitaria alle politiche. Vedo un'attenzione per noi, crescente, soprattutto nel mondo che produce. Chi aveva guardato con benevolenza a Meloni non sopporta più l'incapacità di Urso sull'economia o l'assurdità di Tajani che, anziché occuparsi dello stretto di Hormuz, pensa a salvare la poltrona del suo consuocero Barelli, capogruppo alla Camera».
Per il candidato premier la scelta, alla fine, sarà tra Elly Schlein e Giuseppe Conte? Lei chi sceglierebbe?
«Io sceglierò un candidato riformista. Quindi, né Schlein, né Conte. Poi è evidente che molto dipende dalle regole delle primarie e da ciò che diranno i candidati. Se al secondo turno fossi chiamato a scegliere tra Schlein e Conte, voterei Elly».
Ma, se vincesse Conte, lo sosterrebbe? È stato lei a mandarlo a casa per portare a Palazzo Chigi Mario Draghi.
«Sono fiero di aver portato Draghi a Palazzo Chigi come sono fiero di aver portato Mattarella al Quirinale. Rivendico la stagione riformista del mio governo come rivendico l'aver fatto nascere il governo Conte 2 per evitare Salvini a Chigi nel 2019. Ma ora dobbiamo parlare di futuro, tutti. Non voterò Conte alle primarie, ma, se vincerà lui, lo sosterrò lealmente. Questo è il bello delle primarie: chi vince ha il diritto e il dovere di governare».
I tempi non sono un dettaglio: quando si dovrebbero fare le primarie?
«Secondo me tra un anno, a marzo 2027. Ma i partiti della coalizione dovrebbero firmare ora una nota congiunta e avviare il tavolo delle regole e del programma. Poi inizia una bella campagna elettorale e che vinca il migliore. Chi vince, il giorno dopo, rappresenta tutti. Chi perde, il giorno dopo, sta in squadra».
E quando si voterà per le Politiche? Meloni anticipa o va fino in fondo?
«I parlamentari di Fratelli d'Italia non le consentiranno di votare prima dell'aprile 2027: in quel mese scatta il vitalizio e, fino ad allora, Meloni ha le mani legate. Per come l'ho vista impaurita in Senato penso che Giorgia possa decidere di rinviare persino fino alla data ultima, novembre 2027. Sembrava don Abbondio: ha smarrito il coraggio, ha fatto lo scaricabarile, vivrà per quindici mesi risentendo l'eco del No. Se tiriamo fuori le idee giuste, vinciamo noi».