Renzi: «L'incantesimo della premier è finito. Per vincere servono i riformisti»
Intervista a Matteo Renzi per «Il Messaggero» del 28-05-2025
di Andrea Bulleri
Matteo Renzi, le amministrative fanno segnare un punto per il centrosinistra. Se l'aspettava?
«Sì. Da mesi dico che è finito l'incantesimo di Giorgia Meloni. La premier si ritiene fortissima ma la crisi del ceto medio si fa sentire. Questo è un governo che promette tanto e realizza poco. Genova è solo il primo segnale».
C'è una lezione da imparare da queste comunali?
«Vale per la sinistra. Se ci si divide, si perde. Se si va uniti, si vince. Nel 2022 Meloni ha vinto grazie alle divisioni del centrosinistra: ha ottenuto solo il 26% ma le è stato sufficiente per governare. A ottobre 2024 si va a votare per la Regione Liguria, viene messo il veto su noi centristi e la sinistra perde per l'1%. A maggio 2025 si va a votare per Genova, non c'è più il veto e Salis vince al primo turno con il 51% anche grazie al nostro 2.5%. La matematica è più forte della propaganda».
La luna di miele degli italiani con Meloni è finita, ha commentato lei dopo il voto. Non è presto per dirlo? Nei sondaggi la premier è ancora forte.
«I sondaggi vanno e vengono. E non solo in Italia. Meloni sta tra il 25 e il 30%: un ottimo punto di partenza. Ma se la sinistra smette di litigare e trova candidature credibili la premier va a casa. Giorgia lo ha capito benissimo: magnifica in pubblico i sondaggi, ma in privato prova a cambiare la legge elettorale. Con i collegi il centrodestra va a casa. Ecco perché li vogliono togliere».
La neo sindaca Salis è stata una degli ospiti all'ultima Leopolda un anno fa. Dica la verità: ne aveva intravisto il potenziale?
«Non è merito mio. Conosco Silvia fin da quando ero ancora segretario del Pd. Ne apprezzo da sempre la passione politica. Ero sicuro che potesse fare una grande campagna elettorale. Adesso deve governare una città bellissima e difficile: sono certo che lo farà. Dopodiché la Leopolda è un grande vivaio di idee e di talenti. Solo chi non ci è mai venuto non capisce l'alchimia magica che si crea in questa tre giorni fiorentina. A ottobre faremo la nuova edizione, quindici anni dopo la prima».
In quelle settimane si voterà in cinque regioni. Punterà di nuovo a essere determinante...
«C'è una sinistra radicale, anche forte, nel Paese. Questa sinistra radicale da sola non vince. Allora se la sinistra vuole chiudersi nel recinto della testimonianza, prego, si accomodino senza di noi. Se vogliono vincere, invece, devono allargare al centro riformista. Perché in Italia senza il centro non si vince prima e non si governa poi. Con lo schema Genova il centrosinistra avrebbe vinto in Liguria ma anche in Basilicata e altrove».
Il successo alle comunali spingerà la partecipazione ai referendum, come si augurano molti nel centrosinistra? O si rischia che il voto dell'8 e 9 giugno sia una nuova occasione per tornare a dividersi?
«Abbiamo opinioni molto diverse sul JobsAct. Io e molta parte del fu Pd abbiamo votato a favore e contro di noi c'erano tutti gli altri: la Schlein, la Cgil, Meloni, Salvini, Forza Italia, i Cinque Stelle. Tutti insieme appassionatamente. Nessuno però ha il coraggio di dire che dei cinque quesiti solo un paio sono collegabili al JobsAct. E non è che il giorno dopo l'eventuale vittoria dei sì si torna all'articolo 18. Io ho questa abitudine un po' desueta: leggere davvero i quesiti. Si chiede di abolire una legge del governo Conte-Di Maio (sì, del governo Conte, non del mio) per tornare a una legge del governo Monti-Fornero. Lo trovo bellissimo».
Torniamo alle regionali. Prevede che si riuscirà a replicare lo stesso schema, campo largo unito ovunque?
«Penso di sì. Ma certo nessuno può pensare di umiliare Enzo De Luca. Ha perso la sua battaglia per il terzo mandato. Ma ha governato bene. E il centrosinistra non lo può mettere in un angolo come un rifiuto ingombrante. Troveremo una soluzione e vinceremo in Toscana, Campania, Puglia e Marche. Per il Veneto è un pochino più complicato».
E alle Politiche? Come si fa a cementare un'intesa con accenti così diversi, specie in politica estera?
«Su tre argomenti concreti di politica interna: stipendi, sanità, giovani. Stanno andando via troppi ragazzi: nel 2024 quasi duecentomila persone hanno lasciato l'Italia. È una follia. Sulla politica estera ci sono linee diverse, è vero. Ma purtroppo questo è vero anche nel centrodestra. La politica estera non è più il collante di nessuna coalizione, ahimè».
Più che il programma però il nodo rischia di essere il candidato premier. Servono primarie di coalizione?
«Dipende da che tipo di legge elettorale ci sarà. Io penso che alla fine Meloni costringerà tutti a inserire il nome del candidato sulla scheda. E a quel punto sarà difficile fuggire dalle primarie di coalizione. Se invece c'è il Rosatellum, il discorso cambia ed è più logico il lodo Franceschini».
Cioè desistenze nei collegi uninominali e campagna elettorale "ognun per sé". Intanto però anche sulla manifestazione per Gaza si registrano distinguo. Il 7 giugno lei scenderà in piazza con Pd e M5S?
«Se sarà possibile fare una cosa insieme, la faremo. Ma se non si creano le condizioni per una manifestazione unitaria e diventerà l'occasione per un evento antisemita, allora noi saremo altrove a dire stop a Netanyahu e libertà per gli ostaggi rapiti dai terroristi di Hamas. Su questa vicenda la mia posizione è che la penso come Liliana Segre. E ho detto tutto».