Renzi: «Svolta storica, Blair ha convinto Donald. Ue assente al tavolo»
Intervista a Matteo Renzi per «La Repubblica» del 10-10-2025
di Giovanna Vitale
Senatore Matteo Renzi, lei si è detto commosso per l’accordo Israele-Hamas, non le sembra presto per cantare vittoria?
«Il percorso sarà ancora lungo e irto di ostacoli, ma quella di Sharm è una svolta storica: se è vero che dobbiamo essere prudenti, non possiamo nemmeno sottovalutare quel che è accaduto. Per me è la vittoria della politica sulla barbarie, della speranza contro il terrore».
Anche a gennaio si era arrivati a un cessate il fuoco con parziale liberazione degli ostaggi: perché oggi dovrebbe essere diverso?
«Innanzitutto c’è uno sforzo politico portato avanti in primis da Blair e Kushner, che hanno convinto Trump a mettere tutto il peso della Casa Bianca su questo accordo. Si liberano tutti gli ostaggi e si rompe il governo di estrema destra in Israele, come dimostra la contrarietà espressa dai ministri più oltranzisti. Merito, anche, del protagonismo del mondo islamico: Qatar, Turchia ed Egitto sono stati essenziali, mentre Arabia Saudita ed Emirati saranno decisivi per la ricostruzione. Io ho una visione che non tutti condividono: oggi il Medio Oriente sta meglio di dieci anni fa».
Come fa a dirlo?
«Allora era una polveriera, in Siria c’era il Califfato e i fondamentalisti provavano a esportare la Jihad in tutto il mondo. Producendo danni inestimabili anche in Europa: Bataclan, Charlie Hebdo, Berlino, Nizza, Barcellona, attacchi ovunque. Quando i sauditi e altre leadership arabe hanno abbracciato la sfida del riformismo globale, l’estremismo islamico è stato sconfitto da dentro».
La guerra è continuata, però.
«E oggi si chiude, con una firma storica. Conosco personalmente alcuni negoziatori come Hamad al Thani: sono stati bravissimi. È chiaro che è un compromesso. Ma lunedì, quando verranno liberati gli ostaggi insieme a 1.950 detenuti palestinesi, sarà un giorno epocale».
Epocale per chi, oltre che per il Medio Oriente?
«Intanto è una sveglia per l’Europa che finora è stata alla finestra e deve invece tornare a fare politica, anziché misera burocrazia. E pure per la sinistra, anche italiana. Bisogna costruire la pace, non inseguire fenomeni populisti che vanno e vengono come Francesca Albanese. Una che attacca Liliana Segre, che si dice contraria all’accordo, che paradossalmente finisce per far male alla causa palestinese. La sinistra deve saper interpretare il ruolo della politica con la P maiuscola. Le istituzioni non sono un’assemblea di istituto in cui vince chi urla di più».
Dopodiché Israele ha già detto che l’Idf manterrà il controllo del 53% della Striscia e Hamas lo accusa di cambiare le carte in tavola: le pare un bel segnale?
«No. Ma dopo un’intesa così complicata le scaramucce mediatiche andranno avanti ancora per settimane. Non darei troppo peso a queste dichiarazioni. Eravamo in mezzo a una carneficina, ora si può guardare con fiducia al domani».
Trump ha accelerato perché vuole il Nobel per la pace: se lo merita, dopo aver sostenuto a lungo la guerra di Netanyahu?
«Chi prende il Nobel della pace è l’ultimo dei miei problemi. Io lo darei ai ragazzini di Gaza e Tel Aviv. Riconosco però che Trump ha fatto fare alla Terra Santa un enorme passo in avanti, l’accordo è un fatto gigantesco. Merita il Nobel? Non lo so, mi importa che salverà la vita a migliaia di bambini».
Se non dovessero darglielo, farà saltare tutto per dispetto?
«Ma no, assurdo. Di Trump e dei suoi dazi penso tutto il male possibile. Ma su questa questione ha agito bene: a me non interessa il colore del gatto, ma che prenda il topo. E pazienza se è solo per un’ambizione personale. Iniziare una guerra è facile, finirla è difficilissimo».
Adesso Meloni non dovrebbe riconoscere lo Stato di Palestina?
«Quel che serve, adesso, è un patto di reciprocità: Israele deve riconoscere la Palestina, bloccando anche le colonie in Cisgiordania, e la Palestina riconoscere il diritto di Israele a esistere. Cosa farà l’Italia è irrilevante. Ma non lo è collaborare al processo di pace: a Gaza occorre un’autorità internazionale e noi dobbiamo fare la nostra parte».
Crosetto ha annunciato l’invio dei nostri militari: è d’accordo?
«Sì. Se il governo proporrà una missione di pace a Gaza, noi voteremo a favore. I bimbi palestinesi si salvano così, non con l’ideologia».
Ma non è una contraddizione dire sì ai soldati a Gaza e no a una forza di interposizione in Ucraina, come proposto da Macron?
«Là dove c’è un’autorità internazionale che interviene per portare la pace e porre fine ai massacri — che sia in Donbass, a Gaza o in Birmania — l’Italia deve sostenerla. Dobbiamo tornare a essere un Paese che non litiga su temi così importanti. Io attacco la premier su tasse, salari, qualità del lavoro, non sul ruolo che dobbiamo avere nel mondo. I soldati italiani servono in Medio Oriente, non in Albania a controllare i cani randagi».
Ultima cosa: i 5S a Strasburgo sono stati gli unici fra i progressisti a votare con i Patrioti di Le Pen e Salvini la sfiducia a Ursula von der Leyen. Pensa ancora di potersi alleare con loro?
«Se troviamo un accordo sui contenuti sì. Meloni aumenta il debito pubblico e la pressione fiscale, non fa nulla per salari, famiglie, imprese: l’Italia sta peggio di tre anni fa. Non voglio che rivinca le elezioni. Bisogna costruire una coalizione alternativa: se ci sono i 5Stelle sarà più facile batterla. Ma la domanda è: i 5Stelle ci vogliono stare? La risposta sarà sui temi. Facciamo la riduzione delle tasse e Industria 4.0? Su questo sono pronto a discutere».
Azzerando ogni differenza?
«Al contrario! Io tengo alle mie idee. Domani sarò in piazza contro Meloni nella mia Firenze. E porterò le nostre proposte, a cominciare dal taglio delle tasse, sicurezza e ceto medio. Se Casa riformista non cresce, la destra vincerà di nuovo. Non possiamo permettercelo».